Mi son detto: ti voglio trovare. Ho iniziato una ricerca spasmodica. T’ho cercato nei loci ingialliti e dimenticati, nelle volte dipinte che si aprono su cieli morbidi come panna. T’ho cercato in mille melodie: sussurrate, urlate, gorgheggiate e ritmate. T’ho cercato negli sguardi profondi di due occhi che si spogliano, nel brivido caldo di due corpi che s’accarezzano. T’ho cercato e non t’ho trovato. Ho chiesto per strada. Qualcuno m’ha riso in faccia, come se gli stessi parlando di unicorni e chimere, qualcun altro m’ha scoraggiato, dicendomi che non ne valeva la pena. Solo una persona, a sua insaputa, m’ha indicato la via.
Eccoti. T’ho trovato. Ho sempre conosciuto una tua copia stereotipata, un ideale vagheggiato, un sentimento riflesso. Finalmente ti ho davanti per quello che sei, non per quello che dovresti essere o per quello che sei stato. Picchiato e deturpato, abbandonato a te stesso tra i rifiuti di una società sempre più ingorda ed egoista. Tra la sporcizia e le macchie s’intravede appena il roseo colorito della tua pelle. Quella che era una bionda chioma è ora coperta dal cancro della fuliggine: i boccoli sfatti, bruciacchiati, puzzano di ratto. Le ali che un tempo ti facevano librare al soffio di tua madre han perso mobilità: slogate nelle loro articolazioni, sono amorfe appendici spennate, incapaci di sbattere per farti volare via da questa condanna. Reggi un arco e una freccia, usandoli come se fossero un violino.
Non ti ho voluto lasciare lì, solo come un cane bastonato. T’ho preso e t’ho portato con me. Ho fatto di tutto per offrirti una dignità. Mi hai dato in cambio qualcosa che mai avrei avuto il coraggio di chiederti. Mi hai mostrato un cielo stellato, cassaforte di luccicanti tesori; mi hai cantato Inni e recitato Salmi; mi hai insegnato la danza delle Muse. Mi hai fatto azzannare un cuore sanguinolento, mi hai fatto ubriacare con il nettare olimpico, con il latte della mammella benedetta di tua madre. Hai accompagnato la mia mano nel cogliere fiori, nello stuzzicare le corde di una cetra. M’hai raccomandato sempre di pregare, di non aver paura di supplicare, di concedermi senza ritegno, di esagerare perché quel che diamo non basta mai.
Non hai voluto niente in cambio. Hai preso il volo dalla finestra di camera mia. Ho visto la gente incredula alzare gli occhi e, indicandoti, sussurrare. Appena sei precipitato, colpito da una vampata di fuoco, si sono tutti girati. Sono tornati a parlare di quanto sia inutile parlare d’Amore.
* Scritto qualche giorno fa, dopo esser stato ispirato da questa fotografia che mi ha subito colpito per la sua crudezza. E' uno scritto difficile, non mi aspetto che tutti lo capiscano a fondo. Il titolo è un omaggio a un caro amico con il quale questo luglio si sono fatte tante risate eheheheh :*
pensato, scritto e firmato da Ram87 alle 12:07
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Si pentano coloro che non mi hanno fatto gli auguri per l'onomastico U.U
Comunque sia, oggi è un giorno importantissimo per me. Spero che quello che andrò a vivere non sia sotto le aspettative. Per intrattenervi un po', vi propongo un sondaggio popolare. Quali sono gli scritti che vi sono piaciuti di più? Potete esprimere nei commenti due sole preferenze. Ecco i "concorrenti" :-) Clickandoci sopra potete rileggerli. Buona scelta ;-)
Non siam qui forse per accoglier Proserpina di ritorno dalla tomba del suo matrimonio coatto?
Ove son i germogli che Monna Primavera ringalluzzisce coi baci suoi e ove i semi di gioie e diletti che il fiato di Zefiro sparge verso gli orti verdi di speranza?
Alcuni dei nostri ospiti son piante passite; salutan l'altrui rinascita, nostalgiche d'un rinverdire che da troppe stagioni non corteggia le fronde loro.
Altri, decisamente i più, son cresciuti in vasi di terra sintetica, imbevuta di lusso e raffinatezza, che li ha fatti fiorire in un'esplosione d'esteriorità patinata. Raggrinzite son le loro radici; costrette dall'insufficienza di spazio vitale nel quale furon piantati. Annaffiati a champagne Cristal e Brunello di Montalcino, mai respiraron a pieni polmoni l'aria genuina della rinascita, ma sempre e solo quella della serra loro, viziata d'egoistico edonismo. Così racchiusi, mai andaron incontro al susseguirsi delle stagioni: rigogliosi e appariscenti, lussureggianti e regali, son le piante ornamentali perfette per far da scenario al nostro Gran Ballo che ogni anno saluta sbarazzino l'equinozio di primavera.
Ma dove è il bocciolo più fresco e delicato?
Eccovi, Mon Amour. Tra tanti organismi geneticamente modificati siete un virgulto di casti candori.
Indossate un abito color panna dalla foggia ottocentesca: la voluminosità quasi ingombrante della gonna a campana, modellata in morbidi drappeggi, esalta lo stretto bustier dalla castigata scollatura décolleté che offre alla vista mia la carne abbronzata delle vostre spalle interamente nude. La vita è cinta da un fascia in raso nero che si annoda sul posteriore in un fiocco i cui due lunghi nastrini svolazzano sino a terra e le esigue manichette a sbuffo ricadano sensuali sulle braccia esili.
Vi vengo incontro, mentre, fintamente imbarazzata, nascondete il volto dietro un gran ventaglio di merletti e trine. "Bonsoir, Votre Exellence" sussurrate, sciogliendovi in un sorriso che accelera i battiti del mio cuore.
M'inchino a voi. Quanto vorrei slacciarvi quei guantini, vezzosamente impreziositi da nastrini di raso nero, per posare le mie labbra avide e prepotenti sulle vostre mani lisce e delicate, vergini di servili occupazioni. Al collo portate un collarino cabochon al quale è legato un cameo con l'effige d'Isabella II di Spagna. Mi spiegate che è un lascito di vostra madre, come gli orecchini dal sapore antico, in ciascuno dei quali sono incastonate due perle lucentissime.
Gli archi attaccano in Mi maggiore il primo valzer della serata e i miei genitori fan gli onori, aprendo le danze tra lo scroscio composto di applausi. “Altezza, mi concedete il privilegio di questo ballo?” “Oui, Mon Prince!” Vi prendo una mano. La stringo delicatamente, ma allo stesso tempo con decisione, nella mia e porto l'altra al vostro fianco.
E gira e rigira, tutto ciò che ci circonda sembra perdere velocemente consistenza, sino ad annullarsi. La vostra pettinatura, rallegrata da piccole foglie e fiorellini bianchi appuntati nella cascata di boccoli finissimi, si scioglie allo spirar de' Zefiretti e le vesti si strappano, lasciando ignudi i nostri corpi , liberi di rincorrersi tra le spighe d'un orto ameno. Accompagnati dal lieto canto degl'Augei, che dolci ci sussurran poesiole d'amore, allacciamo un girotondo con le Ninfe e i Satiretti sbucati dalla macchia vicina per tenerci compagnia.
Di primavera all’apparir brillante.
Poi tutto inizia a sfocare, come un sogno che finisce. E più cerchiam di rimanere a occhi chiusi, più prendiamo consapevolezza che tutto ci sta scorrendo via di mano. Riappaiono le forme, i colori, le note degli archi fan posto alle parole di Don Urbano che chiede ai musicisti il bis, perché arrivato sul finire del movimento.
No, non c’è nessun bis per me, anzi per noi due. I bei sogni si fanno solo una volta e non s'ha bisogno di fotografie, perché ti rimangono impressi nella mente e ner core, come marchiati a fuoco. Unici e irripetibili.
* La seconda immagine è uno screenshot dal qualche giorno fa citato "I Vicerè" di Roberto Faenza, pellicola tratta dall'omonimo romanzo di De Roberto.
pensato, scritto e firmato da Ram87 alle 23:24
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mercoledì, 13 febbraio 2008
categorie: arte, scritti, fotografia, iniziative, i post più belli
Stridendo, il vecchio vinile gira a gran velocità nel grammofono. Annoiato dalle note mosce di Chopin, Ciccio, un cagnolino di razza Spitz, sbadigliando a più riprese, passa in rassegna la stanza da letto, alla ricerca d'un sovversivo per ammazzare il tedio di quella serata finita troppo presto in una morsa di sonnolenza.
I muscoli vostri, ammansita dalle carezze del divo Ipno e dai suoi baci soporiferi investita, il peso d'una giornata intensa non hanno retto e son ceduti, sconfitti dalla gravità. Come i fiocchi di neve che di fuori sul tappeto bianco planano in una delicata coreografia, vi siete adagiata con grazia su un divanetto, ove ora il vostro corpo è mollemente disteso.
Una sola camicina da notte copre le vostre carni, ancora calde dai vapori del bagno. Le gambe snelle son completamente scoperte; sinuose, le cosce inforcano un cuscino, al posto del quale desidererebbero stare le mani di tanti uomini impuri, condannati a deglutire i bocconi disgustosi di mogli insipide o peggi'ancora marce. Il raso turchese s'alza e s'abbassa ritmicamente, seguendo il velato respiro e, ancor leggermente bagnato in prossimità dei seni, lascia intravedere i piccoli capezzoli. Quanti si venderebbero per stare ov'io son ora seduto a contemplare questo concentrato di casta sensualità! Ma io della vostra ingenuità non abuso, mai mi permetterei di farvi vittima delle mie sfrenate pulsioni che, come cani ringhiosi, al guinzaglio tengo, senza farmi trascinare. Le ciocche castane son sparse, libere di riposarsi dalla stretta acconciatura che per tutto il dì avete portato. La bocca dischiusa sembra sussurrare flebili parole d'amore che si perdono tutt'attorno nelle note mosce di Chopin e al di là delle palpebre serrate, gli occhi, come preziosi tesori racchiusi, rivivono chissà quali gioie. Mi chiedo cosa stiate sognando, sono io che in quell'orto di delizie rincorrete ridendo?
Dalla mia seduta m'alzo e, con la massima delicatezza, vi sollevo dal divanetto, prendendovi in braccio come quei bimbi che non hanno ancor imparato ad addormentarsi a letto e che lì vi sono portati dalle madri esauste. Con un brontolio strizzate gli occhi e il collo con le braccia mi stringete, premendo con decisione il capo contro il mio petto. Non appena le tende del baldacchino ho scostato, lentamente vi adagio sul materasso soffice e tra i cuscini morbidi, freschi di regalità: su ognuno d'essi, ricamate in oro entro uno stemma e un arabesco di gigli, son impresse delle iniziali. Emme; A.
Fulminea, intrappolate una mia mano tra le vostre e, stringendola forte, la portate al cuore. Sul volto vi si delinea un sorriso innamorato, assorto, divertito. "Mon A...Amouuur..." Mentre pian piano la presa lasciate, sul vostro sorriso è ancora impresso quel disio d'affetto, di sorpresa, di gioia, d'Amore.
Le lenzuola vi rimbocco, scosto le ciocche birichine dal viso angelico e sulla fronte un bacio imprimo. "Mia protetta...sogni d'oro".
Un soffice tappeto bianco m'attende non appena alle mie spalle chiudo la porta.
Faccio quattro passi nella neve fresca che mi sporca i piedi nudi.
Quattro, non di più. Guardo le impronte che ho lasciato; schiudo le mie ali e volo via...su, alla volta dei Santi Cieli Benedetti...
Ángele Dei,
qui custos es mei,
me, tibi commissum pietáte supérna,
illúmina, custódi,
rege et gubérna.
Amen.
* Ho scritto questo post per partecipare all'iniziativa promossa dagli amici di Scarabocchio di Comix. Click qui per ulteriori informazioni.
Ci tengo soprattutto a ringraziare FakeGuy per aver scattato la bellissima fotografia -inserita a fine dello scritto- che mi ha dato l'ispirazione. C'è chi si esprime coi pennelli, chi a parole, chi con le note e chi con le foto! E' sempre un piacere quando queste nobili arte s'amalgamano in un tutt’uno :* Grazie, Pisellì! Una pacca sul sederino :*
pensato, scritto e firmato da Ram87 alle 00:00
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Maestosa e ieratica la fortezza quattrocentesca troneggia sul tessuto urbano, sottomesso e sminuito a ridicola inconsistenza dagli invalicabili bastioni e dalle torri cilindriche che dividono materialmente e simbolicamente due mondi, azzerandovi l'osmosi sociale. S'erge ancora integra nella sua duplice natura di fortezza e palazzo gentilizio, a testimonianza d'un passato intramontabile tanto bellicoso quanto mondano. Al di fuori, ove tutto misero e insignificante pare se messo a confronto con la sua imponente mole, fuggono inesorabili i secoli; mentre al suo interno in quelli dei figli si perpetuan i sollazzi dei padri. Tra le pareti di queste auree stanze, che per più di mezzo millennio han visto nascere, sfilare e appassirsi le mode di una nobiltà birichina, sempre all'imperativo si coniuga il verbo: dilettati; balla; ridi; AMA!
Nella sala più ampia dell'ala nord, dimezzata della sua altezza nella seconda metà dell'ottocento, i busti in marmo bianco e piperino dei Cesari con cipiglio aspro e trionfante scrutano la giostra d'amori: è uno scontro combattuto a colpi di sguardi infuocati, di sorrisi disarmanti, di baci taglienti che lacerano le giovani membra, lasciando profonde ferite che sanguinano blu.
A un valletto in livrea rossa e argento m'avvicino. Gli sussurro istruzioni all'orecchio.
"Sarà fatto, Vostra Eccellenza" un inchino e s'allontana.
Sulla parete di fondo svetta il prezioso affresco dell'An.zo R.no che celebra le res gestas d'un eroe quattrocentesco: la cavalcata dello stesso a capo delle truppe aragonesi e l'incontro con Piero de' Medici. E' proprio sotto questa scena che V'intravedo, intenta a chiacchierare con le vostre dame. Vi riconoscerei tra mille fiori, Mon Royal Lys. La vostra freschezza cristallina e il divino profumo dei prati dei Santi Cieli Celesti sembran condensarsi attorno a Voi, sin a formare un alone impalpabile, diafano. Le curve del vostro corpo son messe in risalto dalla seta bianca dell'abito che scivola sinuoso a partire da una fascia appena sotto i seni, ove un ricamo d'ori, di cristalli e zaffiri si traduce in un motivo floreale di piccoli gigli. Una profonda scollatura lascia appena intravedere la pelle della gamba sinistra: vengon accelerati anche gli ormoni dei più mosci tra gli invitati e a millimetriche fessure son ridotti gli occhi invidiosi delle dame che mai potranno competere con Voi, Venere Incarnata, Casta Diana.
Non appena mi notate giro le spalle e mi dileguo tra le danze.
Il giardino pensile affacciato sul lago è immerso nel buio più pesto: soltanto un sottile raggio argenteo di luna rischiara flebilmente l'atmosfera. Due cedri secolari con le fronde incombono, frusciando alle carezze di Zefiro Rasseneratore e l'edera a fatica s'arrampica per tutto l'edificio, coprendo in parte le scene di caccia nella roccia scolpite. In passato, quando ancora le fontane zampillavano vivaci, ov'io ora v'attendo, caricature degli ospiti il Duca e Bernini disegnavano: chissà come v'avrebbero ritratta. O avrebbe forse scelto il Cavaliere d'immortalarvi nell'eterno marmo?
Nascosto dietro un cespuglio il violinista, sottratto all'orchestra, le mani si scalda.
Ecco una luce fioca arrivare da lontano: è il valletto che regge un candelabro. Dietro di lui, coperta in un piccolo mantello foderato all'interno di regale ermellino e ricamato sull'esterno a dorati gigli stilizzati, a fatica arrancate: il tacco a spillo dei sandali nel terreno umido affonda .
"Vostra Altezza, è un piacere accogliervi nel Giardino Segreto" sussurro, cingendovi in vita e portandovi in prossimità della bassa siepe oltre la quale s'apre uno strapiombo. Nel buio la vostra espressione non riesco a cogliere. Il violino attacca il suo assolo, intonando una suite di Bach. La superficie del lago è vellutata come un morbido panno scuro, increspato dai riflessi argentei della luna piena che questa notte ci offre il suo lato migliore. Gli occhi vostri annegano nella volta blu, confine del mondo, palcoscenico del firmamento che ha catturato gli amori, le speranze, le superstizioni di mille popoli. E' un grande forziere di luccicanti tesori, di gemme e pietre irraggiungibili che risplendon ciascuna con diversa lucentezza. Dev'esser ben ricco il Dio che le possiede e invidiosi gli Angeli a esser continuamente accecati da questa ostentazione d'opulenza.
Tenendovi stretta a me in un abbraccio caldo, le mie labbra alle vostri carni avvicino, inebriandomi di un profumo sopraffino che nemmeno il bocciolo più casto e delicato potrà mai sprigionare. Allo slancio m'abbandono e inizio a baciarvi avidamente il collo: come un vampiro che ha bisogno del sangue delle sue vittime per sopravvivere, cos'io quella linfa vitale, che sembrate trasudare e concedermi senza opporvi, cerco di succhiare. Sul vostro seno le mie mani stringete, tentando di farmi sentire il battito del cuore: il mio batte solo perché è il vostro a battere.
Quand'alzo il capo, un livido rossastro è impresso alla base del collo, marchio indelebile della mia sfrenatezza, di una pulsione alla quale resistere non ho saputo.
"Io Vi a...Io Vi adoro".
Le ciocche castane sciolgo per coprire il genuino e ingenuo scempio.
Un codardo sono, un vile cicisbeo...la forza non ho trovato per dirVi che VI AMO.
* Non è un avvenimento recente, ma di più di un anno fa. Prego commentare il post senza fare gossip gratuito o richiedere informazioni aggiuntive sulla location. Quel che conta è stato scritto, di più non v'è dato a sapere: non tanto perché oggi mi son svegliato con la luna storta e voglio fare il misterioso con la puzza della privacy sotto il naso, quanto per il fatto che è ininfluente conoscere ogni perché e ogni percome. Ho la sensazione che tanta gente seguisse il vecchio blog solo per respirare mondanità e sbrilluccichio di corte: non voglio che si ripeta la stessa tiritera stereotipata; non voglio che le mie pagine si trasformino in quelle di Novella 2000. L'immagine presa da Google. Ah, un'ultima cosa: più avanti vi renderete conto voi stessi del perché la parte in corsivo ;-)
pensato, scritto e firmato da Ram87 alle 00:01
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..::Ram::..
..::Blog::..
Lo diceva Seneca nelle Epistualae Morales ad Lucilium "Quid tibi vitandum praecipue existimes quaeris?turbam". La folla è una massa amorfa, corrotta, portatrice di vizi, che travolta dal cieco istinto di branco si lancia in un bagno di sangue. Da qui inevitabile la necessità di sottrarsi al contagio: soltanto rifugiandosi in se stessi si può trovare quella pace e tranquillità necessaria per combattere il male di tempi. Il mio è un ritiro edonistico nella torre d'avorio; sulle spalle il peso dell'Historia.
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..::Un Po' di Me::..
Quanto mi conosci?
E' tanto brutto auto-descriversi, si finisce sempre per trasmettere un'immagine di noi idealizzata che il più delle volte non coincide con la realtà . In queste poche righe ho deciso di inserire una sfilza di aggettivi che le persone che mi conoscono sono solite utilizzare: tenero, romantico, caparbio, testardo, volenteroso, tradizionalista e conservatore, diplomatico, logorroico, autocritico, comico e satirico, nobile, autoritario, elitario, sportivo, comprensivo, prolisso, stoico e storico, sensibile, tenace, difficilmente suscettibile, provocatore, superbo, esteta inconsapevole.
..::Mon Amour::..
..::Amo::..
Amo ridere fino a piangere e piangere fino a ridere; amo l’ingenuità della fanciullezza e la freschezza della verità ; amo il profumo della campagna; amo la mia famiglia e le persone care; amo me stesso per quello che sono e per quello che voglio diventare.
..::Non sopporto::..
Ce ne sono di cose che non sopporto!L’invidia, ma prima ancora gli invidiosi; chi deve essere a ogni costo critico con il sistema; chi ti parla alle spalle solo per il gusto di farlo o perchè non ha nient’altro da fare; la monotonia e le persone tutte uguali; il minimalismo, la sciatteria e il nichilismo; le cicche di gomma e chi le mastica come un cammello; chi si sente intelligente e realizzato; chi è talmente ignorante da credere di potere esprimere la sua opinone; gli eccessi e le vie di mezzo; chi giudica per stereotipi; chi si tira da parte e permette che tutto gli passi sopra! Odio il mondo borghese e lo showbusiness; i popoli nordici privi d'Arte e altrettanto il popolo americano, animato dall'illusione della Libertà . Ma soprattutto: odio i Savoia e i Piemontesi tutti!
*Tutta la Musica d'Arte*
*Marco al pianoforte*
*Giovanni Allevi*
*Wagner*
*Cavalleria Rusticana*
*Musicals in genere*
*Antonello Venditti*
*Negramaro*
*Roberta Bonanno*
*Vangelis*
*I Dont' Want TO Miss a Thing*
*Hero*
*Your Song*
*Soli a Metà *